Oggi
è sabato.
Mi
sono svegliata presto.
E
non mi volevo svegliare presto.
Ma
mi sono svegliata presto.
Sono
rimasta a letto.
Mi
sono scoperta.
Perché
la luce che entrava dalle fessure della tapparella mi raccontava che fuori era
una bella giornata, che c’era il sole. Allora ho sentito caldo e mi sono
scoperta.
E
ho pensato al mio professore, che non vuole sentir parlare di luce che filtra
dalle tapparelle o dalle imposte, che è un cliché, un luogo comune. Ma minchia,
quella luce filtrava da quelle cazzo di fessure e non c’è altro modo di dirlo.
O almeno, io dentro il letto, nella penombra, non riesco a trovarne un altro.
Ho
ascoltato i suoni ovattati che mi circondavano.
Per
quattro o cinque volte ho sentito lo stesso rumore, identico. Altri inquilini
del palazzo che si erano svegliati, alzavano rumorosamente le tapparelle.
Poi
ho sentito quei soliti maledetti piccioni tubare su un qualsivoglia tetto o
davanzale.
E
i passi pesanti di qualcuno che scendeva le scale.
E
una tv accesa, forse due.
Addirittura
un pianoforte. Alle otto del mattino, qualcuno nel mio palazzo suona il
pianoforte.
Sono
rimasta ancora a letto. Volevo trattenere il buio dentro la mia stanza, ma era
impossibile perché quella luce accecante continuava a filtrare.
E
poi il rumore della scintilla dei fornelli. Anche Ale si è alzata e sta
preparando il caffè. Poi accartoccia una bottiglia di plastica vuota, quella
che ieri sera abbiamo lasciato sul tavolo dopo cena. E adesso sta sgombrando il
tavolo da tutte le cose che abbiamo lasciato lì prima di andare a dormire. E
poi adesso non fa più rumore, starà apparecchiando per la colazione.
Apparecchia sempre per la colazione.
Basta,
è ora di alzarmi.
Non
farò colazione, come sempre.
Fumerò
una sigaretta, come sempre.
Così,
tanto per cominciare la giornata con un salutare bruciore di stomaco. Anche se,
possibilmente, oggi sono contenta di stare al mondo. Anche un po’ più del
solito.
Accoglierò
con cristiana rassegnazione questo nuovo giorno.
Che
sia buono!

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